Lo sguardo della verità indifferente


«Il trionfo della civiltà non sembrerebbe risiedere nel fatto
che Caino non uccida più, ma nel fatto che Caino deve
passare la notte a escogitare un modo per uccidere»
Jack London (reportage per il San Francisco Examiner
dalla guerra russo-giapponese del 1904)

«Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti»
Fabrizio De André





Dedichiamo questo articolo a Hamdan Bilal.

Nel 1970 usciva per l’editore Odradek un libro che avrebbe fatto la storia del giornalismo italiano e, soprattutto, la storia del giornalismo dal basso e militante: La strage di Stato. Controinchiesta.

La controinchiesta in questione era quella sulla strage di Piazza Fontana e si incaricò di indagare sui possibili autori e sui probabili mandanti della bomba che esplose (uccidendo 17 persone e ferendone 88) il 12 dicembre 1969 all’interno della Banca dell’Agricoltura. Un attentato che, ma gli autori ancora non potevano saperlo, segnò l’inizio di uno dei periodi più bui della repubblica italiana: i famigerati «anni di piombo».

Il libro fece luce sulle responsabilità di quell’atto terroristico legate a un grumo di apparati segreti, gruppi neofascisti, ambienti NATO e altre forze reazionarie legate all’imprenditoria. La controinchiesta fu un successo editoriale clamoroso che, oltre che chiarire all’opinione pubblica che la nostra democrazia era di fatto a sovranità limitata e che il nostro paese era il campo di battaglia di una guerriglia internazionale fra NATO e URSS, ebbe soprattutto il pregio di aiutare a scagionare agli occhi del pubblico due cittadini innocenti: il ballerino anarchico Valpreda (verso cui ogni accusa cadde anche in tribunale) e, specialmente, Giuseppe Pinelli («ucciso innocente nei locali della questura di Milano», come recita una delle due targhe apposte in piazza Fontana).

La strage di Stato mi è passato per la mente dopo la visione di «No Other Land». Cosa c’entra, è lecito chiedersi, una controinchiesta italiana degli anni Settanta con un film documentario sulla odierna Cisgiordania occupata?

«No Other Land» è un film realizzato da Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor. Questi quattro video-attivisti israeliani e palestinesi hanno recentemente vinto il premio Oscar 2025 per il miglior documentario grazie a questo film che ci racconta la resistenza pacifica di alcuni abitanti di Masafer Yatta, un gruppo di piccoli villaggi della Cisgiordania occupata. Vent’anni fa un tribunale israeliano ha decretato che Israele aveva diritto di realizzare un poligono militare proprio nell’area del villaggio e ha ingiunto la distruzione delle case e lo sfratto forzato degli abitanti; in gran parte pastori che vivevano in quel luogo da generazioni. Naturalmente senza offrire loro un’alternativa: «No Other Land».

«No Other Land» solo per i Palestinesi, a onor del vero, anche perché dietro le caserme militari, nel frattempo realizzate, si intravedono spuntare le case dei coloni israeliani per cui un’altra terra invece c’è; Maser Yatta, per i coloni è più di un orizzonte o una promessa; è una realtà.



Da oltre vent’anni gli abitanti di Masafer Yatta provano a opporsi, tramite la resistenza passiva e in tribunale, all’esproprio della loro terra. Si rifiutano di abbandonare i luoghi natii e sono disposti ad adattarsi ad abitare nelle grotte, pur di ricostruire di notte quel che gli israeliani abbattono di giorno. La lotta non violenta però non si limita alla resistenza dei corpi, ma si combatte anche tramite la controinformazione. Gli abitanti cercano di far conoscere al mondo la loro storia: ad esempio filmando gli abusi, le intimidazioni e le violenze perpetrate dall’esercito e dai coloni. È soprattutto Basel a farlo, a imbracciare cioè la telecamera verso chi vorrebbe cacciarlo imbracciando un fucile. In un certo senso, ancor più della comunità di Masafer Yatta, il vero oggetto del documentario è proprio Basel. Yuval lo intervista di continuo e lo riprende nella quotidianità, durante le azioni politiche e le riunioni con gli altri membri della comunità. Anche Yuval partecipa alla vita della comunità palestinese, aiuta a ricostruire gli edifici, cena con Basel e gli altri del villaggio. Il merito principale di «No Other Land» è infatti di non essere un documentario su Masafer Yatta, ma un documentario con Masafer Yatta. In questo modo il film dimostra che non solo la convivenza fra israeliani e palestinesi è praticabile, nonostante attriti e differenze, ma che persino l’amicizia tra palestinesi e israeliani è possibile.

Tuttavia la condizione di Basel e degli abitanti della zona non migliora. Oggi Masafer Yatta è un pezzo di pianeta calpestato da due tipi di uomini. Quelli autorizzati a guidare un’auto con la targa gialla, gli israeliani che possono muoversi liberamente e quelli a cui è consentito guidare solo un’auto con la targa verde, i palestinesi che non possono muoversi liberamente. Questo apparente semplice fatto amministrativo impedisce lo sviluppo economico di quei territori e ai giovani come Basel di realizzare i propri sogni. È una situazione che sottopone le persone a una costante e stressante altalena emotiva. Non ci deve stupire quindi se Basel qualche volta appare euforico e altre volte invece appare depresso ai limiti dello squilibrio emotivo. Probabilmente Basel stesso, come molti altri abitanti del luogo, non sa più cosa sia avere un equilibrio.



Yuval pare esserne consapevole, tanto da preoccuparsi di quella che per Basel pare un’ossessione; filmare, filmare e filmare e poi guardare, guardare e guardare. Durante il film Basel passa sempre più tempo incollato al cellulare, cercando di registrare ogni minima variazione nell’opinione pubblica, rispetto alla lotta di Masafer Yatta, È convinto che mostrando al mondo le difficoltà di chi deve vivere in una grotta da tetraplegico, a causa di un proiettile sparato da un soldato o da un colono, tra chi verrà a conoscenza di tanto dolore e ingiustizia sorgerà sufficiente indignazione e quello scandalo sarà tale da portare a un cambiamento positivo per Masafer Yatta. Il mondo non potrà restare a guardare e basta.

Invece il cambiamento non arriva. Anche quando Yuval prova, spiegando in interviste televisive sulla TV israeliana, a informare sulle ingiustizie e sulla condizione di Masafer Yatta quel che riceve sono solo risposte piccate. Il retro pensiero di chi è critico è chiaro: il punto di vista di Basel è parziale: è quello di chi è parte in gioco e quindi è falso. Quello di Yuval è invece quello di un ebreo che disprezza la propria parte politica e la propria cultura, Yuval è un «ebreo che odia se stesso», come vengono liquidati sui media molti degli israeliani che provano ad opporsi all’appartheid. Tutto quel che dicono e soprattutto filmano Yuval e Basel deve essere perciò falso o quantomeno parziale e perciò non del tutto vero. Tuttavia anche quel minimo di verità che Yuval e Basel rivelano rischia di essere sconvolgente. Ecco quindi la necessità che i loro video diventino video fra i tanti. Ecco spiegato perché anche i coloni sentano il bisogno di contro-filmare le azioni politiche di Basel e dei palestinesi: è la contro-controinformazione.

Il merito principale del film è dunque quello di segnare tutta la distanza, politica, culturale e sociale che intercorre tra «la strage di stato» e «no other land» stesso; ossia tra fare informazione (o controinformazione) ai tempi di Nixon e farla oggi ai tempi di Trump. Sebbene già la controinchiesta su piazza Fontana, mettendo in luce i vari depistaggi, i muri di gomma, le contraddizioni e le false notizie (fino alle accuse verso degli innocenti) ci rammenti come, di fatto, le fake news, non siano un’invenzione dell’era trumpiana, allo stesso tempo, guardando il film, ci si rende conto che un tempo fare controinformazione significava dare voce a parti minoritarie che, solitamente, restavano inaudite; significava offrire loro una voce, confidenti che il solo farne sentire il sussurro avrebbe permesso il dischiudersi di un’altra verità, una verità che, poi,, non sarebbe più potuta essere ignorata.

Lo stesso attualmente non si può dire per le immagini che ci arrivano dalla Palestina, dall’Ucraina o dal Mianmar dei Rojava.

La principale differenza fra le due epoche è che lo sguardo sulla verità oggi suscita indifferenza se non diffidenza. Vediamo gli innocenti ma non facciamo nulla per loro. Anzi la loro sofferenza ci insospettisce. Perché?

Da un lato ogni comunicazione fatica a raggiungere un pubblico che vuole essere informato a causa del rumore di fondo. Troppe informazioni, troppe cattive informazioni, troppe bugie. La controinformazione non basta più perché è stata sabotata dalla disinformazione, dalla contro-disinformazione e dalla contro-contro-disinformazione.

Dall’altro la comunicazione e l’informazione hanno cessato così di essere qualcosa di affidabile; le persone si sono rifugiate nelle proprie certezze e quindi nei pregiudizi. Siamo lontani dal mondo in cui il “San Francisco Examiner” inviava Jack London in Asia per fare comprendere agli americani la realtà della guerra russo-giapponese. Insomma, oggi a mancare è soprattutto il pubblico.

«No Other Land» diventa così il manifesto di una nuova domanda per chi fa film sul reale: è ancora possibile fare dei documentari? Che senso ha cercare di mostrare una verità, se questa verrà comunque soffocata dal rumore di fondo delle fake news, della propaganda e delle immagini, dall’indifferenza dei media poco inclini a occuparsi di ciò che è scomodo? Che senso ha cercare di mostrare una realtà se poi comunque il mondo si rifiuta di cambiarla?

L’unico senso che rimane a chi fa cinema del reale, senso che Yuval, Basel e gli altri hanno cercato di mostrarci (e per cui il film ha meritato un Oscar) è far contemplare al mondo che la voce di ogni popolo, anche la nostra voce, esattamente come accade alla voce dei cittadini di Masafer Yatta, oggi può trovarsi nella condizione di essere ignorata e che siamo tutti coinvolti, siamo tutti parte di un mondo in cui su ogni verità si posa uno sguardo indifferente.

di Amedeo Liberti

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Autore

  • Dopo gli studi di Filosofia e in Analisi e Gestione dell'Ambiente e del Paesaggio, si dedica alla sua terza grande passione assieme a Pensiero Teoretico ed Ecologia, fare il videomaker. Un suo corto "La Banalità Del Mare" è stato accettato al XIII Siena Short Film Festival. Oggi lavora come proiezionista per la Fondazione Cineteca Italiana. In pratica è sempre al cinema.

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