Nebbia

Alberto Marzocchi è nato e cresciuto in montagna, ma vive in città. Vuole scrivere storie inventate, ma gli tocca occuparsi di storie vere per un giornale. Gira sempre con un fazzoletto di stoffa nella tasca sinistra dei pantaloni.


A un certo punto Volturno si è girato e mi ha buttato lì un’occhiata: «Stai attento che
non si vede niente, non si vede».
Lui, Volturno, era uno che nei boschi c’era cresciuto. Non aveva bisogno degli occhi:
camminava con le orecchie, col naso. Le foglie si rompevano sotto i nostri scarponi e
lui prestava attenzione al vento che si infilava tra i rami mezzi spogli e portava gli
odori dell’abetaia: il sentore amaro della terra appena smossa, quello pungente degli
escrementi di camoscio. Per orientarsi toccava gli alberi, i cespugli, le ghiande. E
aveva la falcata più lunga che avessi mai visto fare a un cristiano.
«Ci sei?»
Volevo dirgli di rallentare, ma mica potevo. Io, quello che veniva dalla città. O
meglio: quello che aveva lasciato il paese per cercare lavoro, diretto verso quel posto
che per chi vive quassù è peggio dell’inferno. Mica potevo dirgli di rallentare.
«Oh, ci sei?»
«Sì, sì.»
«Vuoi fermarti?»
Prendevo e buttavo fuori l’aria dalla bocca. All’inizio, quando eravamo partiti giù al
fiume ed era ancora buio, mi era entrata nei polmoni come una coltellata. Poi pian
piano mi ero abituato. Quand’ero piccolo e vivevo lì – avevo pensato – neanche ci
facevo caso all’aria nei polmoni. E ora mi toccava sbuffare per stargli dietro.
«Oh, Achille, vuoi fermarti?»
«No, andiamo avanti.»
«Dai che manca poco.»
«Non sono stanco.»
«Cosa?»
Ho preso fiato, poi a voce più alta: «Non sono stanco».
Mi aveva sempre chiamato col nome per intero. Non vorrei sbagliare, ma credo lo
avesse fatto anche nel primo giorno insieme di cui ho memoria, quando andavamo
dietro alle galline del nonno Aurelio. Avevamo neanche tre anni. Io, non lo so, non so
se sia per colpa di Volturno e di quel suo modo di chiamare sempre tutti col nome per
intero, sta di fatto che nella vita, sempre, quando ho potuto, ho chiamato tutti col
diminutivo.
Dopo una svolta a destra, il sentiero, che si vedeva appena, ha iniziato a scendere. Ho
accelerato per affiancarlo.
«Non c’è bisogno che mi parli in italiano» gli ho detto.
Lui si è quasi fermato.
«Non ho capito.»
«Ho detto che non ti devi sforzare di parlarmi in italiano.»
Era a un metro da me, occupava tutto il sentiero. Non ricordo se mi avesse guardato,
penso di no se dovessi scommettere qualcosa, perché noi che veniamo dalla
montagna è difficile che ci guardiamo negli occhi. Si è sistemato meglio il fucile
dietro la spalla e prima di riprendere il cammino mi ha detto: «Stai attento che non si
vede niente».
In quel momento mi sono sentito un coglione.

«E allora, com’è che ti è venuta quest’idea?»
«Che idea?»
Ha fatto oscillare il coltello con la punta verso il basso; nell’altra mano aveva un
pezzo di formaggio di monte che aveva appena iniziato a pulire.
«Questo. Di venire qui.»
C’eravamo seduti su una panca ricavata dal tronco di un abete. Le nostre schiene
erano appoggiate alla parete esterna della baita del Gianantonio. La baita era verde,
era chiusa e circondata dai faggi. Poco più in alto cresceva soltanto erba, solo che per
via di quel nebbione, niente, non si vedeva ancora niente.
«Ti ricordi quella volta, quando con lo sci club ci siamo fermati qui a pranzo e il Gian
ha fatto la pasta al sugo per tutti?» gli ho chiesto.
«Certo che mi ricordo, eravamo piccoli.»
«Quanti anni avevamo?»
C’ha pensato su un attimo: «Undici o dodici».
«E ti ricordi quanto era buona quella pasta? Una delle migliori che abbia mai
mangiato.»
«Achille, era una pasta col sugo. Avevi fame e basta.»
«Può essere, però me lo ricordo bene quel giorno.»
Volturno è andato avanti a pulire il formaggio, poi me ne ha passato un pezzo stretto
tra il pollice e il coltello. C’era una pista da sci – per la verità il tracciato è ancora lì –
che passava appena sotto la baita. Era sufficiente prendere un po’ di rincorsa, stare
attenti al passaggio tra la neve battuta e quella fresca, portare il peso leggermente
indietro per alleggerire le punte e via, con la giusta velocità si riusciva a superare il
terrapieno. Ed era una bella soddisfazione scavallare quel pendio e raggiungere la
baita del Gianantonio, perché sotto si stendeva la valle e in fondo si vedeva il fiume
che faceva una curva e spariva dalla vista, luccicando. Quel giorno di tanti anni fa il
nostro allenatore si era messo d’accordo col Gianantonio, un vecchio cacciatore del
paese che a dire il vero allora non aveva neanche sessant’anni, ma che a noi ragazzini
sembrava avesse già un piede nella fossa; e dopo l’allenamento eravamo andati lì, e
lui ci aveva fatto gli spaghetti col sugo.
«Ma ti ricordi, quella volta, che il Tommaso era caduto dentro nella neve fresca e
aveva perso uno sci?» Era stato Volturno a tirare fuori l’episodio del Tommaso. Ed
era scoppiato a ridere.
«Certo che mi ricordo.»
«Gliel’abbiamo cercato tutto il pomeriggio. E alla fine eravamo bagnati fradici fin
dentro le mutande.» Rideva ancora, Volturno.
«C’era tanta di quella neve fresca che non riuscivamo a trovarlo.»
«Madonna quanta neve che c’era, sì.»
Poi, gli anni successivi, gli inverni sono diventati sempre più secchi e caldi, di neve
se n’è vista meno, villeggianti e sciatori hanno smesso di venire e la società che
gestiva gli impianti di risalita è fallita. Adesso, scavate nella montagna, al posto di
piloni e seggiovie ci sono queste ferite, in mezzo agli alberi, che non servono proprio
più a niente e che a guardarle, ogni volta, mi sembra di guardare il fallimento dei
nostri genitori.
«Non mi hai risposto, Achille.»
«Cosa?»
«Perché sei voluto venire.»
Si era alzato in piedi, aveva già la carabina a tracolla.
«Quanto manca?» gli ho chiesto.
Ha guardato dietro di sé, nella direzione in cui ci saremmo diretti: «Poco».
Mi sono alzato anch’io, l’ho superato: «Dai, andiamo».

Volturno, per natura, non parlava. Come questa montagna. Per conoscere entrambi
dovevi avvicinarti in silenzio, esattamente come stavamo facendo sul crinale che
dava verso il fondovalle. Eravamo appena sopra la linea degli alberi. Sotto di noi,
verso nord, si stendeva un mare bianco infilzato qui e là dalle punte dei pini cembri.
Alle nostre spalle avevamo il bosco, più giù la baita del Gianantonio. Non ero mai
stato fin lassù, nemmeno da piccolo, quando i boschi li frequentavo quasi ogni
giorno.
Guardando verso sinistra il pendio erboso che andava a tuffarsi nella nebbia, mi
chiedevo come sarebbe stato farlo con gli sci. Nel primo pezzo grandi curvoni larghi,
con la neve fresca fino alle ginocchia. Poi nell’abetaia le curve sarebbero state dettate
dalla posizione degli alberi. Una specie di slalom. Finita quella discesa, dove
saremmo arrivati? Avevo perso il senso dell’orientamento.
«Qui, guarda.»
Volturno si era fermato e aveva puntato l’indice sotto di sé.
«Che cosa c’è?»
«Avvicinati.»
«Non vedo niente.»
«Guarda meglio» e così dicendo con lo scarpone ha spostato un ciuffo d’erba che
ricadeva sul terreno. Accanto c’era l’impronta di uno zoccolo composto da due parti
distinte, lunghe quanto il palmo della mia mano.
«Camoscio?»
«Camoscio.»
Mi ha fatto cenno con la testa, mi ha ridato la schiena e ha ripreso a salire la cresta
con quel suo passo da gigante. Benché la guerra l’abbia vista solo in televisione, è
così che mi immagino un ufficiale di fanteria: uno che ti dà l’idea di sapere che cosa
sia la morte sebbene, come tutti i vivi, non l’abbia mai conosciuta.
A un certo punto, come se per terra ci fosse una specie di segnaletica a indicare la
direzione da prendere, Volturno ha iniziato a scendere.
«Se vuoi rispondo alla tua…»
«Silenzio, qui no.»
L’indice che poco prima aveva indicato la traccia da seguire ora mi avvertiva di un
rischio: se fai rumore, addio camoscio. Il suo «silenzio, qui no» era sì un imperativo,
ma non aveva niente del rimprovero. Era difficile che nelle parole di Volturno ci fosse
un giudizio. Più spesso c’era la descrizione di uno stato di cose o, come in questo
caso, la possibilità di un accadimento. Solo quando me n’ero andato, dopo le scuole,
e gli avevo detto che mi sarei trasferito per almeno due anni per frequentare dei corsi
post diploma, e che dopo i due anni chissà, magari sarei tornato, anzi, quasi
sicuramente sarei tornato; solo in quel caso espresse un giudizio. A modo suo: «Te sei
matto ad andare fin là. E a restarci, anche. Te sei matto». Che rimanessi in città solo
per i due anni di corso, non lo aveva mai creduto. E aveva avuto ragione.
Siamo scesi per un bel pezzo, tra il cardo e l’erica bruciati dal freddo, finché non
abbiamo incontrato i primi alberi radi, pini verdi e larici ingialliti, attorno cui ho
indugiato ancora per qualche secondo con la fantasia dello sci, prima che Volturno mi
richiamasse alla realtà con un leggero fischio che gli invidiavo. Abbiamo proseguito
camminando in diagonale per diversi minuti. Lui aveva smesso di voltarsi per
guardare dove fossi; io mi accorgevo, di tanto in tanto, di trattenere il respiro.
Tendevo le orecchie nella speranza di cogliere il crac di un ramo spezzato o il
frusciare delle foglie e puntavo gli occhi nella nebbia che via via si stava facendo più
rada. Ero così concentrato che quando Volturno si è fermato di colpo per poco non gli
andavo addosso. Si era inginocchiato, dallo zaino aveva preso un piccolo bipiede e lo
aveva appoggiato a terra. Finalmente mi ha guardato, facendomi un cenno col mento.
Sotto di noi – non so dire a quanti metri di distanza, forse cinquanta – c’era una
macchia scura, con due striature nere e pelose.
«Vieni.»
Volturno aveva caricato la carabina e l’aveva sistemata sul supporto. «Come ti ho
fatto vedere ieri» ha aggiunto con un sorriso sottile senza denti. Mi sono sdraiato
accanto a lui, dalla parte del fucile. Ho guardato nella diottria.
«Rilassati.»
Un profondo respiro. Ho pensato alle indicazioni che mi aveva dato il giorno
precedente. Un altro respiro, poi ho sparato.

«Corri!»
Con una mossa Volturno mi ha strappato il fucile dalle mani ed è scattato in direzione
dello sparo. Non avevo fatto nemmeno in tempo a guardare che fine avesse fatto il
camoscio che ora, come nelle ore precedenti, mi ero messo a seguire la sua schiena.
Solo che questa volta non riuscivo a stargli dietro. Lui si buttava giù dal pendio come
una cascata, non gli importava se di mezzo ci fossero radici, salti, sassi e alberi. Si
buttava giù e basta. E più scendevamo e più la nebbia aumentava.
C’era stato un periodo, nello sci club, in cui ero il più veloce e vincevo tutte le gare.
Un periodo sufficientemente lungo perché tra genitori e allenatori si formasse l’idea
che un giorno, col giusto impegno, sarei diventato davvero forte; che avrei potuto
ambire a entrare in qualche squadra di livello, a fare strada, nell’agonismo. Poi, in
maniera direttamente proporzionale alla lentezza con cui il mio corpo cresceva, i miei
risultati tra i pali hanno iniziato a peggiorare. I miei compagni di sci club e gli
avversari diventavano più alti, più robusti, più forti. Io restavo quello di sempre,
quello di quando avevo nove, dieci anni, e per vincere le gare i muscoli servivano a
poco. Volturno, nel giro di un paio di stagioni, cominciò a battermi. Non lo raggiunsi
più, finché lui non abbandonò lo sci e la scuola per iniziare a lavorare. Era una
scheggia, Volturno, sugli sci; si buttava giù, senza timore di niente, come una cascata.
Come quel giorno dietro al camoscio. Come quel giorno.
È stato lo sparo a dirmi che stavo andando nella giusta direzione. Lo sparo e la sua
eco nel silenzio del bosco. Dovevo solo risalire una conca di pietre sotto cui
s’intravedeva l’acqua scorrere verso valle.
«Volturno.»
In cima all’infossatura c’erano abeti rossi e larici e tappeti di aghi sul terreno
grigiastro.
«Volturno!»
Che non avesse preso il camoscio? Che lo stesse inseguendo ancora, chissà dove? Me
lo immaginavo, con la carabina in mano, il vapore acqueo che gli usciva dalla bocca,
mentre seguiva le tracce di sangue e i rumori del bosco.
«Volturnooo!»
Nessuna risposta.
C’era una distanza che non si può misurare con niente che sia vagamente umano, né
metri né altre convenzioni di altro tipo; c’era una distanza, tra me e la macchia
informe ai piedi di quel peccio, che si può definire solo con lo scorrere del tempo. Un
tempo che viene prima dell’uomo. E che continuerà a scorrere anche dopo, quando
l’uomo non ci sarà più.
Quando mi sono chinato per osservarlo, Volturno aveva la faccia sporca di terra
ruotata verso il promontorio, come se durante la corsa avesse avvertito il sibilo e si
fosse girato. Le braccia erano rimaste lungo i fianchi, il collo aveva assunto una
posizione innaturale, e così la schiena. L’abete, sopra di noi, sapeva. E come gli altri
segreti, teneva tutto per sé.

di Alberto Marzocchi

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